Da Se li conosci li eviti, di Marco Travaglio:
Schifani Renato Giuseppe (FI)
Anagrafe: Nato a Palermo l’11 maggio 1950.
Curriculum: Laurea in Giurisprudenza; avvocato; dal 2001 capogruppo di FI al Senato; 3 legislature (1996, 2001, 2006).
Soprannome: Fronte del Riporto.
Segni particolari: Porta il suo nome, e quello del senatore dell’Ulivo Antonio Maccanico, la legge approvata nel giugno del 2003 per bloccare i processi in corso contro Silvio Berlusconi: il lodo Maccanico-Schifani con la scusa di rendere immuni le «cinque alte cariche dello Stato» (anche se le altre quattro non avevano processi in corso). La norma è stata però dichiarata incostituzionale dalla consulta il 13 gennaio 2004. L’ex ministro della Giustizia, il palermitano Filippo Mancuso, ha definito Schifani «il principe del Foro del recupero crediti», anche se Schifani risulta più che altro essere stato in passato un avvocato esperto di questioni urbanistiche. Negli anni Ottanta è stato socio con Enrico La Loggia della società di brookeraggio assicurativo Siculabrokers assieme al futuro boss di Villabate, Nino Mandalà, poi condannato in primo grado a 8 anni per mafia e 4 per intestazione fittizia di beni, e dell’imprenditore Benny D’Agostino, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Secondo il pentito Francesco Campanella, negli anni Novanta il piano regolatore di Villabate, strumento di programmazione fondamentale in funzione del centro commerciale che si voleva realizzare e attorno al quale ruotavano gli interessi di mafiosi e politici, sarebbe stato concordato da Antonino Mandalà con La Loggia. L’operazione avrebbe previsto l’assegnazione dell’incarico ad un loro progettista di fiducia, l’ingegner Guzzardo, e l’incarico di esperto del sindaco in materia urbanistica allo stesso Schifani, che avrebbe coordinato con il Guzzardo tutte le richieste che lo stesso Mandalà avesse voluto inserire in materia di urbanistica. In cambio, La Loggia, Schifani e Guzzardo avrebbero diviso gli importi relativi alle parcelle di progettazione Prg e consulenza. Il piano regolatore di Villabate si formò sulle indicazioni che vennero costruite dagli stessi Antonino e Nicola Mandalà [il figlio di Antonino che per un paio d’anni ha curato gli spostamenti e la latitanza di Bernardo Provenzano, nda], in funzione alle indicazioni dei componenti della famiglia mafiosa e alle tangenti concordate. Schifani, che effettivamente è stato consulente urbanistico del comune di Villabate, e La Loggia hanno annunciato una querela contro Campanella.
Assenze 321 su 1447 (22,2%) missioni 20 su 1447 (1,4%).
Frasi celebri «Li abbiamo fregati!» (dopo l’approvazione della legge sul legittimo sospetto, che doveva servire per spostare i processi contro Berlusconi e Previti da Milano a Brescia, 1° agosto 2002).
«In vacanza alle isole Eolie, Renato Schifani, in compagnia di alcuni amici, ha dovuto aspettare per un’ora di fila che si liberasse un tavolo in un ristorante del centro di Lipari. Il capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama ha pazientemente atteso il proprio turno, senza sollevare alcuna obiezione e senza pretendere un trattamento di favore» (comunicato ufficiale dell’ufficio stampa del sen. Schifani, 15 agosto 2006 ).
«Rita Borsellino sfrutta il nome del fratello per fini politici» (12 settembre 2003).
«Sono un sessantottino, ho partecipato anch’io alle occupazioni. Sto dedicando la mia vita a lui, io credo
molto in Silvio Berlusconi (...) Mi sono innamorato di Berlusconi perché ho visto in lui quella naturalezza e genuinità della politica che non avevo visto in passato. È un grande stratega e un grande leader» («Libero», 29 luglio 2007 ).
«Oggi Cuffaro ha ripreso saldamente in mano il timone di una Sicilia che già è cresciuta così come i dati sul Pil e sulla disoccupazione ai minimi storici ci indicano. Dobbiamo anche riconoscere al governatore siciliano che è stato e continua ad essere l’unico garante dell’nità della coalizione, risultato questo che, in un sistema maggioritario, è garanzia di stabilità e quindi di quella risorsa fondamentale per lo sviluppo che è la governabilità di un territorio. Forza Italia sarà al suo fianco in questa nuova fase di governo della Regione per sostenere quella linea riformistica che è alla base del proprio credo politico» (dopo la condanna di Cuffaro a 5 anni per favoreggiamento, Agi, 19 gennaio 2008 ).
Il contraddittorio:
«Qualcuno vuole minare il dialogo fra maggioranza e opposizione sulle riforme ». «Se qualcuno deve pagare il prezzo lo pagherà, io lo sto pagando in queste ore». Renato Schifani, presidente del Senato, si difende al Tg1 dall'accusa di aver avuto «amicizie con mafiosi», lanciata da Marco Travaglio, parlando di «fatti inconsistenti o manipolati che non hanno nemmeno la dignità di generare sospetti ».
La differenza fra uno Stato serio e una repubblica delle banane?
Oggi la Corte Costituzionale tedesca ha dichiarato illecito (leggi: incostituzionale) l'invio di aerei spia AWACS sul territorio turco nel 2003, da parte del governo rosso-verde, senza preventiva approvazione da parte del Parlamento. La risposta dei partiti di coalizione governativa attuale CDU/CSU-SPD: "Bene, grazie, almeno sapremo in futuro che cosa sarà lecito fare e che cosa no".
Non dimenticherò mai gli aerei italiani inviati dal governo D'Alema non a spiare, ma a bombardare la Serbia, con morti innocenti fra la popolazione civile ed effetti che perdurano tutt'oggi per l'uranio impoverito delle bombe impiegate: senza dubbio il modo migliore per calpestare la Costituzione italiana. Servono commenti?! Fateli magari voi che leggete.
Rilancio volentieri questa lunga intervista – da leggere fino in fondo – rilasciata dal candidato SA per la circoscrizione Europa Guglielmo Bozzolini a Chiara Marcon per il Giornale.ch svizzero, con l’analisi a mio parere più omnicomprensiva, profonda e condivisibile, in ogni dettaglio, che ho avuto modo di leggere dopo le elezioni:
D. Un commento sui risultati...
R. È presto detto: sono disastrosi, non solo per il mio partito (Rifondazione) e la coalizione in cui si è presentato (la Sinistra Arcobaleno), ma per il complesso della sinistra e per il paese. Si è verificato uno spostamento a destra fortissimo, più forte di quello degli anni novanta. Guardando retrospettivamente gli ultimi quindici anni alla luce di questo risultato si potrebbero trarre quattro considerazioni “estreme” ma non per questo infondate: i governi di centrosinistra sono stati solo una parentesi in una grande fase di dominio politico e culturale della destra, destinata a durare ancora anni. Parentesi dovute più alle loro divisioni interne (nel 1996, la spaccatura tra FI e Lega) e alla legge elettorale (nel 2006) che non alla capacità della sinistra di raccogliere consensi attorno alle proprie proposte e ai propri valori e di fornire risposte ai problemi del nostro tempo; il fallimento dei governi di centro sinistra in termini di raccolta del consenso è stato totale e ripetuto e questo vuol dire che ci sono limiti profondi nelle culture e nelle pratiche politiche di chi quei governi ha sostenuto; la lunga fase di transizione apertasi all’inizio degli anni novanta dopo la caduta del muro, tangentopoli e la crisi della prima repubblica, si è conclusa con la vittoria della destra, che in questi anni non solo si è sdoganata, ma si è radicata sul territorio e ha conquistato l’egemonia, trasformando le proprie posizioni in senso comune e imponendo la propria agenda al dibattito politico. Ecco, l’aspetto più drammatico di questi risultati elettorali consiste nel fatto che sono solo l’indicatore di una sconfitta molto più ampia e profonda. Sotto questa luce i limiti dell’azione del centro sinistra in questi anni appaiono abbastanza chiari. Il primo, e forse quello più importante ma non l’unico, è stato nelle analisi della realtà italiana di questi anni, a partire dalle interpretazioni dei successi della destra che sono di volta in volta state date. Da un lato ci si è convinti così tanto che le vittorie di Berlusconi e dei suoi fossero solo il frutto del monopolio televisivo e di un certo modo “americano” di fare le campagne elettorali, che non si è guardato invece alle dinamiche sociali che hanno portato tanta parte della popolazione italiana a votare a destra. Dall’altro lato il berlusconismo è entrato anche dentro di noi e ci si è adattati anche a sinistra ad un modo di fare politica tutto televisivo e leaderistico.
D. A sentire dalle interviste rilasciate subito dopo i risultati sembra che nessun partito di sinistra abbia perso, come mai?
R. Non direi proprio. I partiti della Sinistra Arcobaleno non hanno mai negato la sconfitta ne in Italia ne all’estero, ci mancherebbe altro. Diverso è il discorso per il PD, fino ai risultati del secondo turno per il sindaco di Roma. Mi viene in mente una canzone di De André, la Canzone del Maggio, il cui ritornello dice “per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti!”. Ecco gli amici del PD avevano pensato per un paio di settimane di non essere coinvolti più di tanto. La vittoria della destra nel ballottaggio a Roma e l’elezione di Alemanno a sindaco, indicano invece che purtroppo non è così. Ad uscire sconfitte dalle elezioni sono tutte le culture politiche del centrosinistra, anche, se non soprattutto, il veltronismo. Questo vale anche per l’estero. Aggiungo inoltre che la sconfitta non riguarda solo i partiti della sinistra, ma coinvolge anche la cosiddetta sinistra sociale, che è la realtà da cui provengo. Il dato da molti ripetuto in questi giorni, ad esempio, per cui molti operai del nord iscritti alla CGIL votino Lega o comunque a destra, deve interrogare anche il sindacato. Questo vale anche per il sindacato svizzero. Basti pensare a ciò che è avvenuto in Ticino dove alla lotta alle Officine di Bellinzona è seguita la disfatta della sinistra alle elezioni locali. Se la fase delle cinghie di trasmissione è finita da un pezzo e l’autonomia delle organizzazione sociali è un fatto ormai consolidato, queste non possono però pensare di occuparsi solo delle proprie attività (nel caso del sindacato i contratti) senza a provare ad incidere sulla società, sulla formazione dei valori, ecc., perché cadrebbero solo nel corporativismo e finirebbero con lo snaturarsi. Pensiamo ad esempio al tema dell’immigrazione: i sindacati non possono solo stare a guardare che la loro base voti per i partiti xenofobi (come la Lega o, in Svizzera, l’UDC) o, peggio, adeguarsi a questa deriva adattando le proprie posizioni (si pensi in Svizzera al dibattito sulla libera circolazione). Le organizzazioni della sinistra sociale sono anch’esse chiamate a promuovere una risposta diversa ai problemi della globalizzazione, incentrata sulla coniugazione di solidarietà e diritti e alternativa alla xenofobia e al nazionalismo. Per fare questo devono assumere anche la constatazione che non tutta la vita delle persone si riassume nei luoghi di lavoro e nei contratti collettivi e che in questo momento i problemi di convivenza sociale esplodono soprattutto sui territori e che è quindi anche in quella sfera che devono agire.
D. Che cosa ha sbagliato Veltroni in campagna elettorale?
R. Per dire che cosa ha sbagliato Veltroni in campagna elettorale basta la fotografia di uno striscione pubblicata su vari siti internet, sul quale è scritto: “Veltroni: con le primarie ha fatto cadere il governo Prodi, con le elezioni politiche ha cacciato i comunisti dal Parlamento, candidando Rutelli ha perso Roma – Walter Santo Subito”. Al di là della battuta gli errori principali penso siano stati tre: Aver pensato, o almeno cercato di far pensare agli elettori, che i problemi del Governo Prodi e in generale del centrosinistra fossero dovuti non a scelte politiche sbagliate o comunque non all’altezza delle aspettative degli elettori e dei loro bisogni, ma unicamente all’insubordinazione delle formazioni politiche della “sinistra” della coalizione (spesso definite sprezzantemente “minori”). La priorità è stata quindi fin dall’inizio non cambiare politica, ma liberarsi della sinistra. In nessuno dei numerosi reportage pubblicati in questi giorni da vari giornali sul perché gli operai, in particolare al nord, abbiano massicciamente votato a destra, i lavoratori e le lavoratrici accennano invece mai a questo tema. Parlano dei salari, della sicurezza, dell’immigrazione, ecc. Anche a Roma le persone intervistate nei quartieri popolari parlano di tombini che si allagano ogni volta che piove, di degrado urbano, ecc. La scelta di andare da soli e la conseguente propaganda del voto utile sono quindi serviti solo a massacrare la sinistra, non a rassicurare sull’efficienza di un eventuale governo Veltroni. Aver creduto di poter sfidare Berlusconi sul suo stesso terreno, quello dell’immagine, ovvero che per vincere sarebbe bastato sostituire il grigio e sbiadito Prodi con sé stesso, auto inventandosi come “il nuovo della politica” e basando tutta la campagna sulla propria persona. La forza di Prodi era invece proprio quella di essere completamente alternativo a Berlusconi, nello stile e nell’immagine, così come la forza, e non il limite, dell’Ulivo prima e dell’Unione poi era stata quella di essere una coalizione ampia e articolata e non un partito all’americana. L’analisi della situazione politica e sociale del nord del paese. Pensare, in nome di un’idea a-conflittuale della politica, che sia scomparsa la distinzione di interessi tra lavoratori dipendenti e datori di lavoro e che quindi si possa conquistare il voto popolare candidando un industriale come Massimo Calearo è servito solo a regalare alla Lega qualche voto operaio in più. Basta leggere le interviste con i dipendenti della stessa impresa di Calearo pubblicate dalla Repubblica: anche i delegati sindacali hanno votato Lega. È singolare tra l’altro che in Italia si proponga questa idea “interclassista” della sinistra nel momento in cui è sconfitta in tutta Europa, basti pensare a Schröder, Brown, ecc. Dopo le elezioni ho fatto una settimana di vacanze in Francia e ho seguito sui giornali il dibattito sul “manifesto dei valori” che il PS francese sta preparando: c’è un forte ritorno all’idea della sinistra come forza di trasformazione della realtà. Sono agli antipodi rispetto al PD.
D. Che cosa ha sbagliato la Sinistra Arcobaleno? Vi aspettavate un insuccesso tale da non arrivare alla soglia minima?
R. Questa domanda andrebbe posta all’inizio dell’intervista perché mi rendo conto che le risposte precedenti possono apparire come un esercizio di arroganza intellettuale, al quale più di uno sarà tentato di rispondere: “Embé? E tu? E voi?”. Provo quindi a rispondere il più sinceramente possibile. All’estero era più che prevedibile che non avremmo eletto nessun nostro rappresentante. Personalmente ne ero convinto dopo i primi due o tre dibattiti. Pensavamo però che saremmo riusciti a raggiungere la soglia dei trenta mila voti e nessuno si immaginava un così buon risultato dell’IDV. In Italia invece nessuno avrebbe mai messo in conto che non saremmo arrivati alla soglia del 4% e la sinistra sarebbe scomparsa dal Parlamento. Non sono tra coloro che pensano che l’errore sia stato presentarsi come Sinistra Arcobaleno e che se ci fossimo presentati come Rifondazione o senza i Verdi, come qualcuno all’estero aveva proposto, sarebbe andata diversamente. Sono ancora convinto non solo che non vi fosse altra scelta (a causa della legge elettorale ma non solo), ma che comunque la costituzione della Sinistra Arcobaleno fosse la scelta giusta. Scelta che però non è bastata ad affrontare le difficoltà della situazione e a rimuovere gli errori degli ultimi anni, anche perché non valorizzata in tutte le sue potenzialità, a partire dal modo con cui sono state formate le liste. Le difficoltà che non siamo stati in grado di affrontare sono legate al combinato disposto dalla legge elettorale con la soglia di sbarramento e dalla propaganda per il voto utile. Non siamo riusciti ad arginare il richiamo del voto utile perché non siamo riusciti a caratterizzare sufficientemente la nostra proposta politica e abbiamo oscillato, nel rapporto con il PD, tra una linea morbida e lo scontro. Abbiamo quindi perso in tutte le direzioni: verso il PD, verso l’astensione e, in parte molto minore, verso le formazioni neo comuniste. Per quanto riguarda invece gli errori di media e lunga data di cui abbiamo pagato il conto, mi limito ad indicarne alcuni: ha prevalso anche tra noi, già da qualche tempo, un’idea leaderistica della politica tutta incentrata sul ruolo e la figura del capo (non necessariamente carimastico) sia esso Bertinotti, Diliberto o Pecoraro Scanio. La campagna elettorale è stata quindi tutta incentrata su Bertinotti e ne ha quindi scontato tutti i pregi e tutti i difetti, in particolare alla luce dell’esperienza della Presidenza della Camera certamente non pagante in termini di immagine. Dico questo da bertinottiano non pentito. Anche la proposta di Nichi Vendola come leader non avrebbe da sola risolto il problema di valorizzare la pluralità e la ricchezza della coalizione, se non accompagnata da un modo diverso di fare politica. Ci voleva il “metodo Puglia”, più che Vendola. La struttura “leaderistica” e tutta “professionale” delle forze della sinistra ha di fatto determinato anche l’assenza di un radicamento nei territori e la conseguente difficoltà a mettere in campo una mobilitazione dal basso che permettesse di “contrastare” la riduzione della campagna elettorale ad un confronto tra PD e PDL operata dai media. Alla prova dei fatti è emerso come i partiti della sinistra siano più “d’opinione” di quanto amino rappresentarsi (questo vale anche e soprattutto per Rifondazione) ed il consenso d’opinione si può volatilizzare rapidamente. Abbiamo un problema con l’idea di governo e con il rapporto tra attività di governo e politica. Durante la campagna elettorale non siamo infatti stati capaci di contrastare l’idea che non esista politica al di fuori del governo, ovvero che tutta la competizione si riduca a scegliere chi governerà, perché in qualche modo questo concetto lo avevamo legittimato negli anni precedenti. In questo modo è evidente che le sirene del voto utile fossero molto forti. La politica è invece incidere sulla realtà e rappresentare interessi (nel senso nobile) e idee e questo si può fare anche dall’opposizione. Abbiamo avuto problemi a dirlo e a dirlo in modo convincente. In questa campagna elettorale invece il problema di quale opposizione costruire al futuro governo Berlusconi, avrebbe dovuto essere centrale, così come quello di quale rappresentanza dare ai ceti popolari e alle idee e ai valori della sinistra pacifista, ambientalista e no-global. Ci troviamo invece con un parlamento in cui, ad esempio, è scomparsa qualsiasi posizioni critica verso le attuali politiche europee che non sia quella nazionalista e conservatrice della destra ed in cui la critica alla globalizzazione e al neo liberismo la esercita Tremonti. L’esperienza del governo Prodi è stata abbastanza negativa, almeno nel giudizio degli elettori, ma soprattutto non ha funzionato la nostra presenza nell’esecutivo e nella maggioranza. Non siamo infatti riusciti mai a incidere visibilmente ne nella formazione delle linee complessive, ne in alcune scelte specifiche e soprattutto non siamo riusciti ad essere in modo coerente una forza di lotta e di governo (si veda tutta la diatriba sulla partecipazione o meno alle manifestazioni), come pure dovrebbe essere nel DNA di almeno una parte di noi. Abbiamo lasciato ad altri, ad esempio a Grillo o a Di Pietro, la questione morale, che invece è un tema più attuale che mai. Ci siamo caratterizzati invece con proposte come l’indulto o come quella circolata durante la campagna elettorale di eliminare l’art. 41bis (quello che regola l’isolamento duro dei detenuti mafiosi) che sono apparse del tutto estranee rispetto al comune sentire dell’opinione pubblica di sinistra. Aggiungo infine che sia molti commentatori che molti di noi sono sembrati dimenticarsi come non sia la prima volta che alle piazze piene seguano le urne vuote. È la storia del Partito d’Azione e di tanta sinistra degli anni settanta. Vicenda quest’ultima di cui abbiamo purtroppo ripercorso molti errori, compreso quello di voler parlare in nome degli operai senza parlare con gli operai, che spesso ci considerano come marziani. È per altri versi anche la storia del PCF degli anni ottanta, che mentre riempiva i comizi e le feste dell’Humanité si svuotava di voti e di senso.
D. Come mai la Lega Nord ha avuto un grande successo di voti e tanti operai ora votano a destra secondo lei?
R. Il dato della Lega, che è la vera vincitrice delle elezioni, non è nuovo. Sconcertante è che ci si accorga della sua esistenza solo dopo ogni appuntamento elettorale. Paradossalmente la Lega è al momento il più antico partito italiano, perché esiste senza particolari soluzioni di continuità dal 1983. Da lombardo mi sono interrogato spesso suoi successi e mi pare che abbiano radici molto simili a quelli dell’UDC di Blocher in Svizzera: il radicamento sul territorio, costruito proprio nel momento in cui gli altri, in nome di una visione mediatica della politica, lo smantellavano. La struttura radicata sul territorio e il rapporto diretto con le persone sono le caratteristiche che le hanno permesso ad esempio di superare indenne la malattia di Bossi e di non poter puntare più sulla sua figura di leader carismatico. Il linguaggio, schematico fino all’insopportabile ma per questo comprensibile e popolare. La capacità di essere interclassista atrofizzando i conflitti di interessi tra capitale e lavoro (il conflitto di classe inteso anche nelle sue forme meno ideologiche) attraverso l’individuazione di un soggetto terzo, un nemico, un colpevole, apparentemente esterno: gli stranieri, gli immigrati. È uno schema che in Svizzera funziona da anni e che riscontro in molti discorsi di miei conterranei: i responsabili della precarizzazione delle condizioni di vita e di lavoro, dell’insicurezza, ecc., sono innanzitutto gli immigrati, che vengono a sconvolgere un equilibrio consolidato ed è quindi innanzitutto difendendosi da loro – con la guerra tra poveri – che si difendono i propri interessi. È una posizione che nell’Italia del Nord era già emersa in modo latente negli anni settanta rispetto all’immigrazione meridionale ma che era stata riassorbita grazie alla capacità integrativa (nel senso più positivo del termine) del movimento operaio e grazie al fatto che gli immigrati dal sud erano comunque cittadini italiani e quindi in grado di rappresentarsi politicamente e di incidere sul contesto politico in cui si inserivano, cambiandolo. La capacità di essere forza politica di lotta e di governo, senza contraddizioni. È questa la caratteristica che più ha permesso alla Lega di raccogliere voto popolare che mai sarebbe andato a Forza Italia o ad Alleanza Nazionale. Anche Berlusconi se ne è accorto e quindi non ha mai chiesto alla Lega di sciogliersi nel PdL.
D. Il voto degli italiani all’estero, così com’è, è ancora valido? Dopo la scoperta di brogli nessuno ha pensato di rifare la votazione, come mai?
R. Trovo stupefacente che nessun’altro, a parte noi della Sinistra Arcobaleno e qualcuno dell’Italia dei Valori, abbia denunciato pubblicamente l’enorme portata dei brogli. Eppure avrebbero potuto farlo benissimo perché comunque gli eletti non vengono messi in discussione. Eppure il fatto che un solo partito ed un solo candidato, o al massimo due, siano riusciti a introdurre nelle urne circa 10.000 schede false (il numero non è chiaro, la mia è una stima molto prudente e vale per la sola Camera dei Deputati) e prestampate e che solo grazie alla loro leggerezza di firmarle tutte con la stessa calligrafia, sia stato possibile individuarne e annullarne una parte, è gravissimo. Non si tratta infatti solo di un semplice tentativo di broglio, ma della sostituzione di schede con altre, ovvero del fatto che migliaia di cittadini e cittadine sono stati/e privati/e del loro voto. Ne va della democrazia. È una cosa da repubblica delle banane. Il silenzio degli amici del PD, a parte le dichiarazioni di Micheloni alla TSI, è quindi incomprensibile. Innanzitutto bisogna capire con un’indagine amministrativa immediata chi, tra coloro che dovevano sorvegliare, ha sbagliato ed è necessario che chi ha sbagliato paghi, venendo immediatamente rimosso. Poi bisogna individuare le responsabilità penali di chi la truffa l’ha promossa. Ed infine è necessario riformare il meccanismo di voto prima della prossima scadenza elettorale. Avevamo proposto alcune modifiche già molto prima delle elezioni sulla base dell’esperienza del 2006 e delle polemiche che ne erano seguite, adesso l’esigenza di modificare la legge elettorale per l’estero è più attuale che mai..
D. Che cos’è la politica per lei dopo il risultato delle elezioni?
R. La stessa cosa che era prima: una grande passione. È chiaro che una sconfitta come questa, con la scomparsa della sinistra alternativa dal Parlamento, lascia tracce pesanti in chi come me milita da anni in questa parte politica, ma è evidente che bisogna ricominciare. Ed è su questo che dovremo concentrare le attenzioni nei prossimi mesi: come ripartire. Io sono tra coloro che pensa che da un risultato simile non si torna indietro senza innovazioni. Non si può cercare di azzerare le lancette dell’orologio dicendo “la Sinistra Arcobaleno ha fallito, torniamo come prima”, perché il prima non c’è più. Non possiamo infatti ignorare che se è vero che la politica non si fa solo nel parlamento e sui media, la mancanza di un rappresentanza parlamentare ci costringe a reinventarci. Questo vale soprattutto per chi, ed io sono fra questi, ritiene che la politica non possa essere solo testimonianza e debba innanzitutto avere l’obiettivo di incidere sulla vita reale delle persone. Concludo, se permetti, con una nota sulla mia candidatura: molti infatti mi chiedono informazioni sul mio risultato personale. Ho preso (il dato non è definitivo a causa delle verifiche sui brogli, ecc.) poco più di 1.600 preferenze e sono il secondo nella lista della SA dietro Arnold Cassola, parlamentare uscente, che ne ha prese circa 2.800, segue Marisa Corazzol con poco più di 1.500 preferenze. Il confronto tra il dato di Cassola e della Corazzol del 2006, che nella lista dell’Unione avevano preso circa più di 19.000 preferenze il primo e più di 17.000 la seconda, dà il segno del “tracollo” della Sinistra Arcobaleno e del fatto che gli italiani anche all’estero votano prima la lista e poi la persona. Nonostante questa considerazione è chiaro che l’obiettivo della mia candidatura non ha funzionato. La proposta di candidarmi derivava dal tentativo di provare a spostare verso la Sinistra Arcobaleno una parte dell’area di attivisti e militanti associativi e sindacali delle organizzazioni in cui sono attivo da anni. Alla prova dei numeri il tentativo non ha funzionato, certamente perché inadeguato e insufficiente (a partire dalla mia persona) a contrastare il richiamo del voto utile, ma anche perché si è diffusa, o è stata imposta, in alcune di queste organizzazioni l’idea di poter rimanere estranei o neutrali rispetto allo scontro politico in atto, soprattutto rispetto a quello interno alla sinistra. Il sostegno si è quindi limitato alle attestazioni di stima personale ed al voto di alcuni quadri. Penso di poter dire che sia stato un errore perché come diceva De André “...per quanto vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”.
Dal CACAO della domenica di oggi:
Santoro ha gia’ un piede fuori dalla Rai. Ha osato trasmettere un pezzo di Beppe Grillo.
Oggi Repubblica e Corriere dedicano un articolone alle reazioni dei politici, indignati (indignati?) per le parole di Grillo. Ma non hanno spazio per citare cosa abbia detto Grillo. L’han detto il giorno prima e una volta basta e avanza, non forniscono neanche un riassuntino, un accenno.
Ho pensato: chissa’ cos’ha detto quel discolaccio di Grillo se e’ cosi’ terribile da non essere ripubblicato.
Io stamattina me lo sono domandato perche’ non avevo letto i giornali e non avevo visto Annozero. Ho fatto una ricerchina in rete e ho trovato le frasi indecenti che ha pronunciato quel mangiapolitici tremendo. Ecco le frasi piu’ terribili che ha detto Grillo:
"Il presidente va eletto dagli italiani, non dai nostri dipendenti. Non deve avere piu’ di cinquant'anni. Non serve un presidente da ospizio di garanzia dello status quo partitico. Voglio una persona giovane, della societa’ civile, non legata ai partiti. Chiedo troppo? … Il presidente, oltre a monitare, di solito dorme, non sugli allori, ma sulla onorabilita’ del Parlamento e dei suoi condannati e prescritti… Fa sonni profondi. Se nomini D'Alema/Unipol, Berlusconi/Mondadori o Mastella/Why Not ha un leggero trasalimento. Piccolo, piccolo. Impercettibile. Prende i sali e poi si riprende. Ai nomi di De Magistris e della Forleo pero’ monita subito, senza tentennamenti…Il presidente e’ eletto dai partiti, fa il suo dovere, li accudisce teneramente. L'eta’ lo nobilita, con quegli anni puo’ dire quello che vuole. Come il nonno a tavola quando arriva il dolce. Una volta - conclude - c'era la bocca di Virna Lisi, oggi la dentiera presidenziale".
E questi sono i terribili insulti di Grillo?
Ma quanto cazzo siete sensibili!
Con tutto quel che succede in Italia questi hanno il tempo di indignarsi per questo.
Devo dire che ho goduto.
Devono proprio essere nel pallone isterico sti’ cazzoni.
Gli attacchi contro Grillo stanno diventando fantascientifici. Si tace sul fatto che a Acerra c’e’ piu’ diossina di quanta ce ne fosse a Seveso quando fu evacuata (e la gente sta morendo) e invece si mette in prima pagina che Grillo ha detto due battute su Napolitano. Non si dedica una riga al fatto che l’Italia sia stata condannata dall’Unione Europea a pagare 300mila euro al giorno di multa perche’ non vengono date a Europa7 le due reti televisive nazionali che le spettano per legge e si dedicano fiumi di inchiostro al fatto che quattro cazzoni abbiano scritto sul blog di Grillo che erano scandalizzati perche’ lui guadagna troppo.
Questa situazione di fine delle intelligenze comincia a essere divertente.
Per assaporarla appieno dobbiamo allenare il senso del comico.
E per fare questo e’ necessario entrare nei particolari. Non troppo ovviamente che senno’ mi becco una denuncia.
Ora voi piangete perche’ non c’e’ piu’ la sinistra.
Ovvio, ma avete provato a mettervi nei panni di codesti giornalisti di grido?
Fino a un paio d’anni fa era gente stimata, c’avevano un ruolo sociale che gli risultava facile sedurre le ragazzine piu’ saporite. Il giornalista da sempre acchiappa. Ma a causa di Beppe Grillo, ultimamente, diciamo che la loro figura sociale s’e’ un po’ appannata.
E si dice che un direttore di un grosso giornale, di cui non posso far il nome per ovvi motivi senno’ mi fucilano con le pallottole avvelenate, proprio il giorno dopo il Vaffanculo Day, s’e’ trovato con una squinzia che e’ un urlo, anzi un inno alle carni sode, che finalmente era riuscito a portarsela in un appartamentino sulla Cassia, ed era tutto impipinito, e lei, che e’ cattiva d’animo, gli ha chiesto, proprio sul piu’ bello: “Ma perche’ avete scritto che a Torino per Grillo c’erano solo 40 mila persone? Lo sai benissimo che erano molte piu’ del doppio.”
E a lui istantaneamente gli e’ crollata la virilita’. E s’e’ pure incazzato. Ovviamente questo lo so perche’ me l’ha detto la ragazza.
Sono cose che i direttoti di quotidiani generalmente non ti dicono.
Poi pero’ Grillo lo odiano.
Sessualmente.
Jacopo Fo
Giro volentieri una lettera del direttore di CARTA, pubblicata da il manifesto del 1° maggio:
Vorrei dire un’impressione su quel che sta capitando dentro Rifondazione comunista, da esterno al partito e amico di molte persone che vi investono energie e che stimo. Per altro, negli ultimi anni abbiamo – per quel che conta CARTA – accompagnato, discusso, criticato i tentativi di rinnovamento culturale e politico e i ritorni all’indietro, fino alla manifestazione del 20 ottobre scorso, con la quale abbiamo cercato – insieme al manifesto e a Liberazione – di aiutare le sinistre ad uscire dal vicolo cieco in cui si erano cacciate, almeno secondo noi. Tentativo fallito, come il disastro elettorale ha dimostrato. Ora, a me interessa poco della cronaca dello scontro tra gli uni e gli altri: il manifesto ne fa già un resoconto minuzioso e molto dibattito si trova su Liberazione. L’osservazione che vorrei fare è un’altra, e riguarda la coerenza tra i fini e i mezzi, che è il nucleo culturale – diciamo così – di quell’atteggiamento non violento che, come si disse a suo tempo Rifondazione, doveva aiutare a scardinare una certa idea della politica di sinistra. Ho parlato con diversi compagni e amici che si sono «schierati» di qua o di là e ne ho ricavato l’impressione che, se si tralasciano le ricostruzioni degli eventi e gli addebiti reciproci su questo o quell’avvenimento degli ultimi tre anni, tutti o quasi stanno dicendo che si è sbagliato nel pensare che si potesse partecipare al governo con la speranza di condizionare la «sinistra moderata» e di ottenere cambiamenti sensibili nelle politiche liberiste obbligate. E che questa constatazione riguarda anche la crisi della rappresentanza, di fronte a una società tanto mutata, e della stessa forma partito.
Come dice un mio amico, anch’egli di Rifondazione, «sembra che stiano litigando tra chi vuole fare un partito e chi vuole fare un partito». E certo ciascuna parte desidera un partito diverso da quello dell’altra parte: chi dice preserviamo Rifondazione come utensile utile a ripartire dal «basso» e chi dice andiamo oltre Rifondazione per poter ripartire dal «basso». Il punto è però che non solo queste differenze, nei linguaggi surgelati che si adoperano, sono scarsamente comprensibili, ma soprattutto che – ecco i fini e i mezzi – uno scontro interno che tende a diventare cronico, sprizza veleni in ogni direzione e calpesta le persone, e insomma sembra solo una competizione per il potere [ma quale?], non sembra proprio la via più adatta per ottenere l’opposto di questo, ossia, come tutti dicono, la creazione di «luoghi» della politica radicalmente diversi, la cui prima qualità sarebbe la relazione tra le differenze, la pluralità, l’annullamento di ogni gerarchia [e potere]. A uno come me, che guarda preoccupato da fuori, viene da pensare che la lezione non è servita e che i miei amici di Rifondazione non siano evasi dalla prigione politica in cui si sono chiusi quando hanno deciso di andare al governo, e perfino che sia proprio lo scontro in sé la coperta di Linus che li consola della catastrofe elettorale: finché litighiamo, sembra che dicano, qualcosa ci lega.
Siccome ho una certa età, so bene che questa impressione sarà male accolta, come una intrusione e come moralismo da quattro soldi. Eppure, chiedo lo stesso un qualche gesto di pacificazione, tra i compagni di Rifondazione e soprattutto verso i loro elettori e militanti, e i movimenti, le reti sociali, le associazioni. In cosa possa consistere, proprio non so. Forse una dichiarazione pubblica comune, forse una porta spalancata verso il mondo, forse un congresso in cui non sia in palio alcun «posto», insomma qualcosa di sorprendente. Là fuori, in fin dei conti, ci sono Alemanno e Bossi.
Ecco perché in Italia nei prossimi anni non cambierà nulla in meglio, anzi!
Si sa, le elezioni si fanno nelle aule di scuola, spesso elementare, dove i bimbi studiano, giocano e disegnano. Ed è stato proprio il disegno di un arcobaleno innocente ad irritare un rappresentante del Pdl ad Arezzo che ha preteso l’immediata rimozione dell’indebita propaganda. Ora diffiderà il sole ad uscire dopo un temporale.
Cacao Quotidiano, 14 Aprile 2008 il blog di Cacao Quotidiano
Riceviamo da Giuseppe Scigliano e pubblichiamo volentieri:
Al popolo di sinistra
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Dal sito di Prediction People (www.predictionpeople.com):

Riceviamo e postiamo volentieri:
Ho letto degli allarmi sulla correttezza del voto nella circoscrizione Estero, ho letto le dichiarazioni indignate dei colleghi candidatiti delle diverse liste rispetto ai presunti brogli.
Scusatemi, ma mi sembra un linguaggio di circostanza, un modo d’indignarsi scontato.
Non vedere che la circoscrizione estero soffre tremendamente di un male che si chiama &quo